Note e cenni su: Francesco Urbini ceramista del XVI

Questo ceramista semisconosciuto e’ operante in Gubbio e Deruta dal primo e secondo quarto del 1500. Ha un’unica particolare ceramica: dal suo lavoro composito “il tutto che diventa una figura maschile” nel 1536; dipingendo un volto con la giustapposizione di un considerevole numero di peni (sicuramente influenzato dalle grottesche di Leonardo da Vinci), dipinti su un piatto di maiolica di Casteldurante. In molti ritengono che queste curiosità pittoriche vengano anche da una influenza Leonardiana di composizione di elementi giocosi. Dobbiamo ricordare che fu il grande artista milanese Arcimboldo Giuseppe (Milano, 5 aprile 1527 – Milano, 11 luglio 1593) a divulgare i ritratti compositi (da frutta, selvaggina e oggetti). Vedendo d’impatto il piatto di Francesco Urbini si potrebbe essere tratti in inganno e dare la paternità ad Arcimboldo Giuseppe; che il piatto di Urbini sia un’opera antecedente alle “invenzioni” di Arcimboldo, e’ confermato dalla data sul retro con l’anno di produzione 1536 (oggi conservato a Oxford): in quella data l’artista Giuseppe Arcimboldo aveva solo 9 anni.

Possiamo pensare che Urbini abbia utilizzato un’idea o addirittura un disegno di Leonardo o un disegno del Salviati (famoso disegno testa fallica), cosa probabile; taluni indizi sono molto tangibili, però anche questo disegno è datato 1543. Possiamo anche pensare ad un’altra testa fallica realizzata in una Medaglia (da autore ignoto) con l’effige da un lato di Pietro Aretino e dall’altro un busto con falli nella parte dei capelli e dei muscoli del trapezio (la medaglia è stata datata dopo il 1536; bronzo, diametro 47,6 mm; Firenze, Museo Nazionale del Bargello).

Oltre alla Medaglia raffigurante un satiro (Diritto) e una testa fallica (Rovescio), presunto ritratto di Paolo Giovio, bronzo, cm. 4,8, XVI secolo, Milano, Civico Gabinetto Numismatico e Medagliere, Castello Sforzesco “Mettiamo anche in evidenza che Urbini con il suo Piatto, disegno del Francesco Salviati e la medaglia con effige (anonimo) di Pietro Aretino sono stati in mostra nel 2011 nel corso della mostra Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio, curata Sylvia Ferino-Pagden presso il Palazzo Reale di Milano (catalogo Skira, Milano 2011, p. 236-237)”. La maiolica dipinta nel XVI secolo aveva un grande successo; anche i disegni di Raffaello vennero ampiamente utilizzati per “istoriare scenografie”.

La singolarità di quest’opera è che la scritta del cartiglio è vergata da destra a sinistra, come faceva il buon Leonardo da Vinci. Il cartiglio non è speculare alle stesure del Maestro Leonardo, non ha le lettere ribaltate sempre lungo l’asse, che caratterizzavano i manoscritti. Urbini ha però dato un gioco dell’inversione alle lettere che però riprenderebbe qualche lavoro del grande Maestro Leonardo.

Possiamo pensare che il ceramista Urbini forse preferì rendere più semplicemente leggibili le parole (come fosse un messaggio diretto a qualcuno, committente, nemico, o al sistema del periodo), mantenendo il verso delle lettere e conservando gli speculari. Pare che Urbini riprese un’idea da un disegno del Maestro Leonardo. Evidenziando solo con la “C” e la “Z” di CAZI, questo per marcare e velare la scritta volgare. Dobbiamo riconoscere anche che quelle lettere speculari, possono avere un legame ovviamente questa è un’ipotesi su un’iconografica e sulla probabile provenienza da un disegno di Leonardo da Vinci o dalla sua cerchia di allievi.

Dobbiamo ricordare che il Maestro Leonardo amava scrivere barzellette o storielle molto spinte e sporche; ne scrisse diverse a margine dei suoi trattati e scritti. Il maestro Leonardo lavorò anche a molte espressioni caricate o caricature molto spinte. Da una attenta visione e anche da una lettura da destra verso sinistra si legge molto bene il significato dell’intera frase “enigmatica” ovviamente a un pubblico più avveduto.

Sul retro del piatto Urbini comunque aggiunse una sua chiave per trovare la soluzione del giocoso rebus, scrivendo: ” El breve dentro voi legerite Vieni i giudei se intender el vorite (Leggerete il cartiglio come fanno i Giudei da destra verso sinistra lettura, se volete capirne il significato). Quindi il lettore leggeva il cartiglio composto di peni e finalmente la frase: “Ogni homo me guarda come fosse una testa de cazi“. Questo termine e’ molto volgare ma di significato chiaro ed esplicito “testa di cazzo”, che noi comuni mortali utilizziamo attualmente come offesa diretta.

Anche nel XVI secolo aveva lo stesso significato in semantica tra i nostri avi e antenati e per quanto la frase fosse complessa ma efficace e significativa e suonava anche bene sia nel periodo che nell’attuale. La frase “Ognuno mi guarda come fosse una testa di cazzo” o forse “chi mi guarda è una testa di cazzo” credo più alla seconda. Provate a leggere. Da destra a sinistra.

Ogni parola finisce con un trattino simbolo. La “Testa de Cazi” è invece attribuita a Francesco Urbini, appartenente ai seguaci del veneto. Qui di sotto altre immagini significative già descritte delle due medaglie una di Pietro Aretino e l’altra del Satiro e il presunto Paolo Giovio. Riportiamo il fantastico disegno del Francesco Salviati. Medaglia di Pietro Aretino nel lato diritto e nel lato rovescio, rappresentata una testa maschile composta di falli contornata dalla scritta: TOTUS. IN. TOTO. ET. TOTUS. IN. QUALIB[ET]. PARTE, richiamante la frase scolastica sull’essenza dell’anima “Tutto in tutto, e tutto in qualsiasi parte”, qui utilizzata come riferimento all’omosessualità del personaggio ritratto.

L’altra medaglia e’ qui sotto riprodotta; secondo lo storico Ettore Camesasca queste medaglie erano state fatte coniare da qualche rivale dell’Aretino. Va ricordato che nel 1537 il Niccolò Franco (Benevento 1515 – Roma 1570) entrò a servizio da Pietro Aretino fino a diventarne il suo segretario ma dopo qualche anno il Niccolò Franco si mise in proprio offrendo i sui servizi ai clienti di Pietro Aretino che ovviamente non gradì la scorrettezza fattagli. Arrivarono ad alcuni scontri verbali e scritti. L’epilogo arrivò fino al culmine di un colpo di pugnale da parte di Ambrogio Eusebi amico fedele del Pietro Aretino, che lo sfregiò in volto.

Niccolò Franco dopo l’accaduto si trasferì in altra città. Sul quale cadde il sospetto dopo gli accaduti tra l’allievo e Pietro Aretino, in quanto, tra vari indizi, si evidenziò dell’Aretino la sua “Priapea”. Il Niccolò prese in giro l’omosessualità dell’altro con una raccolta di 91 sonetti dedicata all’Aretino. Ricordiamo che tra Pietro Aretino e il vescovo comasco Paolo Giovio (Como 1483 – Firenze 1552) era nota nelle cronache del periodo una accentuata polemica, sempre con riferimento alle reciproche accuse di omosessualità, e pare che sia l’Aretino l’autore di un epitaffio famoso: “Qui giace Paolo Giovio ermafrodito, che seppe fare da moglie e da marito”.

Anche lo storico Ettore Camesasca sostiene (concordo in pieno) che il Vescovo Paolo Giovio potrebbe lui aver dato incarico di coniare la citata medaglia “fallica” dell’Aretino per vendicarsi di una medaglia simile con il suo ritratto nel Diritto, che l’Aretino avrebbe fatto realizzare in precedenza. Esiste anche una medaglia che ha il profilo di un satiro vestito all’antica (tunica con nodo spalla sinistra), con naso pronunciato e tracce di corna (con attenta esamina ingrandita con Photoshop pare una forma fallica) sul Diritto e una testa fallica sul Rovescio. Probabile che il Camesasca alluda a questo. Devo dire dopo studi e ricerche non c’è nessuna certezza che questa medaglia raffiguri il Vescovo Paolo Giovio, nonostante ci sia sicuramente un legame con la medaglia “Fallica” di Pietro Aretino.

Qui di sotto riporto un disegno immagine al Salviati il trionfo del Fallo

1540 Immagine collezione privata in Stoccolma (se ne conosce un solo esemplare)

Nell’incisione, si vede una sorta di processione antica (dalle vesti romana/greca- ma non da stendardi più medioevali) che evoca certamente n mito, un enorme fallo, il feticcio votivo, adagiato (su due cuscini come a farlo stare comodo) su un carro lussuoso e trionfante, trainato da putti gioiosi, da ninfe giulive e festanti; è in avvicinamento ad un arco trionfale a forma di “pudenda femminile”. (qui di sotto riproduzione delle tre tavole del XVIII secolo tir. Francese)

Dalla precedente immagine si evince a questo disegno l’attribuzione di Francesco Salviati

Cit. Del critico d’Arte Alessandro Parronchi (Firenze 1914 – Firenze 2007- ), Inganni d’ombre, in Achademia Leonardi Vinci, 1992 (questo riferimento a un disegno in collezione privata fiorentina). In questo disegno incompleto del Salviati si evincono alcuni tratti di matita, china e biacca a far ricondurre la paternità di questa opera al Maestro Salviati. Evidenziando le similitudini delle due immagini vedesi curvature tra il glande la corona e prepuzio. Oltre alla similitudine tra alcuni del corpo alla radice del fallo. Questa analisi ha fatto sprono, con fermezza di dare un’attribuzione al maestro Salviati.

Nota: Opera esposta a Milano; questo disegno è stato pubblicato sul catalogo della mostra milanese del 2011 con un’attribuzione a Francesco de’ Rossi, detto il Francesco Salviati, (Firenze 1510 – Roma 1563) (catalogo Skira, Milano 2011, p. 236).

Sintesi di una storia tutta all’italiana ma efficace anche oggi. By UtoDatodi

 

Note e cenni su: Francesco Urbini ceramista del XVI

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